Dmitrij Šostakovič
(San Pietroburgo, 1906 - Mosca, 1975)
Sinfonia n. 7 in Do maggiore Leningrado
 
Tempi:
1.  Allegretto
2.  Moderato (poco allegretto)
3.  Adagio
4.  Allegro non troppo

Organico:
3 flauti, 3 oboi, 4 clarinetti, 3 fagotti; 4 corni, 3 trombe, 3 tromboni, basso tuba; timpani, percussioni; 2 arpe, pianoforte; archi (gruppo aggiunto: 4 corni, 3 trombe, 3 tromboni).

Prima esecuzione:
Kjubishev, 5 marzo 1942, Orchestra del Teatro Bol'šoj di Mosca
Direttore: Samuil A. Samosoud
 
La Settima sinfonia in Do maggiore di Dmitrij Šostakovič fu dedicata alla città di Leningrado, oggi tornata all'antico nome di San Pietroburgo. Il compositore intese celebrare l'eroica e strenua resistenza della città che aveva subìto l'assedio delle truppe naziste per novecento giorni, perdendo, fra bombardamenti, carestie e malattie, qualcosa come un milione di abitanti. Per l'Unione Sovietica la battaglia di Leningrado fu fondamentale: segnò la fine della ritirata e l'inizio della vittoria. A Leningrado i nazisti verranno a loro volta stretti in una sacca e l'antica capitale russa diventerà la pietra tombale del Terzo Reich, analogamente a quanto era successo sulla Beresina, più di un secolo prima a Napoleone e alla Grande armata francese.

1. Allegretto
«Il primo movimento descrive il modo in cui la guerra ha fatto irruzione nella nostra vita pacifica» precisa il compositore. «Non ho cercato di riprodurre dei rumori (sibili degli aerei, fracasso dei blindati, ruggiti del cannone), né di comporre “musica da battaglia” come ce ne sono tante. Ho voluto semplicemente tradurre il senso profondo degli avvenimenti ai quali ho assistito».
La Sinfonia si apre con un tema maestoso e ruvido in Do maggiore, tutto fierezza e vigore, che descrive i cittadini di Leningrado prima della battaglia. Ancora meglio, il cullante secondo tema dipinge i bonari leningradesi, “gente pacifica, sicura di se stessa e del proprio avvenire” dipinta in una sorta di idillio metropolitano. I due temi, pur essendo in contrasto fra di loro secondo le regole della forma-sonata, sono piuttosto l'uno il completamento dell'altro; all'estroversione del primo fa riscontro il complementare “universo interiore dell'uomo libero ed energico che sogna un ideale di poesia” (Martynov) del secondo. A questo punto, al posto dell'atteso sviluppo si profila in pianissimo un terzo tema, un motivo implacabile marcato dal tamburo sopra il quale il flauto introduce una semplice melodia: è questa la famosa marcia, il tema dell'invasione che lentamente pervade il movimento, sviluppandosi attraverso dodici variazioni. Per alcuni commentatori lo schema ricordava troppo quello usato da Ravel nel Bolero: un crescendo sotto il quale pulsa ossessivamente un inciso ritmico. Qui, però, l'ostinato ha carattere fortemente caricaturale, come qualcosa di mostruoso e di crudele che cresce fino a quando non fa l'apparizione negli ottoni un nuovo tema virile dal sapore popolaresco, che rappresenta la riscossa dell'uomo sulla barbarie. Il movimento si conclude con una sorta di marcia funebre dove, come in una reminiscenza, ricompare il secondo tema, evocazione della vita felice di un tempo davanti ai tanti cadaveri.

2. Moderato (poco allegretto)
Lo Scherzo in origine aveva un titolo: Ricordi. Il tema lirico dei violini che apre il secondo movimento ogni tanto fa pensare a Čaikovskij (quello che fa capolino nelle parti elegiache delle Suite o delle Sinfonie) per la sua capacità di inventare il paesaggio dell'anima russa. La tristezza pacificata dello Scherzo, la voce dolorosa e contemplativa dell'oboe, scrive Martynov,  “ci avvolge in un fascino infinitamente tenero, evoca visioni nostalgiche di paesaggi russi, fa eco al lirismo dei nostri più antichi canti”. Ma nello Scherzo non c'è soltanto l'elemento elegiaco; per ammissione dello stesso compositore «c'è un po' di humor. Shakespeare conosceva il valore dell'humor nella tragedia. Non si può continuamente tenere il pubblico in stato di tensione». Quindi, dopo il bellicoso primo tempo era necessaria una sosta, una riflessione, interiore.
Nella sezione centrale i pizzicati degli archi, le fanfare grottesche e i suoni acidi degli ottoni, il suono spettrale dello xilofono, fanno pensare a una sorta di episodica evocazione dello spirito della guerra, questa volta però deformato in chiave dolorosa e ironica secondo una modalità tipica di Mahler e del sinfonismo tardo-romantico in generale. In conclusione ritorna il motivo lirico iniziale in tono scanzonato, cantato dalla voce ironica e surreale del clarinetto basso che conclude in modo misterioso l'enigmatico movimento.
 
3. Adagio
Nell'Adagio, definito dall'autore “patetico”, “i grandi temi sono l'amore della vita e l'adorazione della natura”. Il movimento si apre con un breve corale di sapore decisamente stravinskiano che si alterna con una frase intensa dei violini. Dopo quest'inizio cupo e meditativo il flauto solo canta una melodia riposante che incarna l'amore profondo per la natura e per la terra.
Il cuore dell'Adagio è una drammatica frase dei violini, ritmata dalle viole e dai corni, ripresa con sempre maggiore decisione sul martellante ritmico degli ottoni, (sempre opposti nettamente agli archi) fra appelli di fanfare e lo scalpitante incedere della melodia. Il suono liturgico del corale e la «nudità dello strumentale sono particolarmente indicati al clima di desolazione della guerra, che mostra le proprie ombre nell'episodio centrale (Moderato risoluto), prima che il movimento ricominci da capo» (Franco Pulcini).
Il finale è un'autentica elegia per archi che svanisce in un clima di tragica fatalità, come ribadito dagli accordi del corale inghiottiti dai rintocchi delle percussioni.
 
4. Allegro non troppo
In un clima di attesa (violoncelli e contrabbassi con sordina, rullio lontano dei timpani), nel quale si alternano episodi e richiami contrastanti, si passa al quarto e ultimo movimento. Secondo l'autore è il tempo più importante insieme con il primo: “L'uno dipinge la lotta, l'altro prelude al trionfo futuro”. L'orchestra si gonfia come un torrente in piena, ritmi selvaggi e ruvidi pizzicati portano a una specie di sarabanda (Moderato) impregnata di tristezza luttuosa e che ricorda il corale dell'Adagio.
Un ostinato elettrico conduce all'episodio finale, dove ricompare, risorto dalle proprie ceneri come l'Araba Fenice, il tema principale del primo movimento. Potrebbe essere l'evocazione di una Leningrado ricostruita; ma, forse, il pensiero recondito dell'autore era quello di un commiato definitivo dalla città dapprima minata colpita dalle purghe staliniane, poi devastata dalla rabbia nazista. Se quest'ultima lettura fosse corretta si potrebbe dire che all'immagine sonora del trionfo finale Šostakovič abbia preferito una metafora in musica della propria condizione di artista russo, cantore delle gesta del suo popolo, cronista forzato delle miserie e delle tragedie della Russia del ventesimo secolo.
 
Bibliografia:
Salomon Volkov, Testimonianze. Le memorie di Dmitrij Šostakovič, Mondadori, Milano 1979
Franco Pulcini, Šostakovič, EdT, Torino 1988